Tesina: La comunicazione: Luigi Pirandello

L’attenzione, con cui il maturo Decadentismo europeo guarda alla crisi dell’uomo moderno, smarrito fra i meccanismi alienanti della società e gli oscuri grovigli dell’esistenza individuale, diventa amara coscienza e giunge al grado più alto di lucidità analitica nell’opera di Luigi Pirandello.

La Vita

Luigi Pirandello

Drammaturgo e narratore italiano, Pirandello, nasce in una località detta “Il Caos” presso Agrigento il 28 Giugno del 1867. Egli apparteneva ad una famiglia agiata nella quale era viva la tradizione patriottica e garibaldina e che si era costruita una fortuna con l’estrazione e il commercio di zolfo. Compì i suoi studi nelle università di Palermo, di Roma, e di Bonn dove si laureò in glottologie. Ritornato a Roma partecipò alla vita giornalistica e letteraria della capitale. Nel 1894 sposò la figlia di un socio del padre, Antonietta Portulano, il matrimonio allietato dalla nascita di tre figli fu poi sconvolto dal dissesto finanziario della ditta del padre e più gravemente dalla malattia mentale della moglie. Per provvedere ai bisogni della famiglia lo scrittore fu costretto a dedicarsi all’insegnamento privato e alla pubblicazione di alcuni articoli. Queste difficoltà non riuscirono però a soffocare la sua attività irrequieta e complessa di scrittore e di studioso delle discipline più diverse.
Scoprì infine nel teatro la sua vera vocazione. Infatti dal 1921, con le commedie Liolà, Pensaci Giacomino!, Così è (se vi pare), Sei personaggi in cerca d’autore, L’uomo dal fiore in bocca, Enrico IV ecc., riesce a conquistare grande successo anche all’estero (Praga, Vienna, Budapest, Usa, Sudamerica…), oscurando la fama del D’Annunzio. Nel ’24 si iscrive al partito fascista, pochi mesi dopo l’assassinio di Matteotti, ottenendo così appoggi da parte del regime. Tuttavia, Pirandello, che si era iscritto solo per aiutare il fascismo a rinnovare la cultura, restandone presto deluso, non si interessò mai di politica. Nel ’25 assunse la direzione del teatro d’arte a Roma, che resterà in vita sino al ’28. L’anno successivo il governo Mussolini lo include nel primo gruppo dell’Accademia d’Italia appena fondata (insieme a Marinetti, Panzini, Di Giacomo…): questo era allora il massimo riconoscimento ufficiale per un artista italiano, ma Pirandello non se ne dimostrò affatto entusiasta. Nel ’34 gli venne conferito il premio Nobel per la letteratura. Mussolini, attraverso il Ministero degli Esteri, cercò subito di sfruttarne la fama internazionale sperando di usarlo come portavoce estero delle ragioni del fascismo impegnato nella conquista dell’Etiopia. Nel luglio del ’35 infatti il drammaturgo doveva partire per Broadway, per rappresentare alcuni suoi capolavori e sicuramente sarebbe stato intervistato dai giornalisti. Ma Pirandello non si prestò a tale servilismo. Durante le riprese cinematografiche de Il fu Mattia Pascal, effettuate a Roma, si ammala di polmonite e muore nel ’36, lasciando incompiuto I giganti della montagna. A dispetto del regime fascista, che avrebbe voluto esequie di Stato, vennero rispettare le clausole del suo testamento: “Carro d’infima classe, quello dei poveri. Nudo. E nessuno m’accompagni, né parenti né amici. Il carro, il cavallo, il cocchiere e basta“. E così fu fatto..

Vissuto in uno dei più tragici periodi storici della cultura europea, che va dalla crisi del Realismo fino al Decadentismo, Pirandello riuscì quasi sempre ad appartarsi, ad isolarsi in un mondo tutto suo, in una concezione tutta relativistica della vita, in modo da comprendere la crisi della civiltà borghese del suo tempo e da farsene il martire volontario. Quando egli esordì come scrittore, imperava ancora la moda naturalistica del Realismo, ma egli ne avvertì subito la crisi, scoprendo attraverso l’analisi acuta della sua indagine psicologica che la vera realtà della vita non si può cogliere dai nostri sentimenti, ma da quel che c’è di più profondo nella nostra coscienza. Perciò egli instaurò un nuovo metodo di narrativa, in cui il personaggio era scomposto e disgregato nei suoi elementi psicologici e nelle sue reazioni, limitate al tempo e alle circostanze; diventando così narratore di infiniti casi umani, di paradossali situazioni, in cui la vita si spoglia di ipocrisie singole e collettive, e viene fuori l’uomo come veramente è nella sua natura di povero essere, sospeso in un vuoto infinito, senza meta e senza approdo. Al di là dello stesso romanticismo veristico egli scopriva così la tragica inconsistenza dell’uomo in cui sono crollate tutte le illusioni e la impossibilità stessa di poter pervenire alla verità assoluta, una per tutti.

Dinanzi alla certezza scientifica dei positivisti, egli opponeva la sua teoria relativistica, secondo cui esistono tante verità quante sono gli uomini che le ricercano, anzi tante diverse verità nello stesso uomo mutabili nel tempo e nelle circostanze. Pirandello afferma che l’esistenza dell’uomo è una tragicomica vicenda di solitudine e di pena. Convinto che la realtà nel suo complesso non sia un “cosmos”, ma un “caos” dove nulla ha la consistenza dell’assoluto e del certo e tutto finisce in un gioco d’ombre illusorie e mutevoli. Egli esaspera le posizioni del vecchio relativismo scettico e nega che esistano nella vita morale principi validi per tutti: quel che appare a taluno un valore positivo è per altri artificio e menzogna. La verità oggettiva è un’illusione e un’illusione è pure l’unità della coscienza individuale, perché il cosiddetto “io” è un informe groviglio d’impulsi, che la ragione è impotente a dominare e ad ordinare nella coerenza di una definitiva personalità. L’uomo è naturalmente portato alla conoscenza; aspira a darsi conto delle cose e a penetrare i meccanismi del suo esistere; ma è proprio in quest’esigenza la prima radice della sua infelicità, giacché il risultato del suo travaglio conoscitivo è la scoperta dell’inconoscibilità del mondo esterno e del proprio essere. La posizione pirandelliana è dunque agli antipodi del mito positivista della scienza che tutto spiega e rischiara, e piuttosto s’inscrive nella linea del Decadentismo europeo più attento alla cifra del mistero esistenziale e alle piaghe dell’inconscio. Pirandello, in virtù di ciò, afferma che ciò che conosciamo di noi stessi è solo una parte, forse una piccolissima parte, di quello che noi siamo. Molto spesso noi sorprendiamo noi stessi, percezioni, ragionamenti, stati di coscienza, che sono oltre i limiti della nostra esistenza morale e cosciente.

Incapace di conoscere un così proteiforme se stesso, l’uomo pirandelliano è a maggior ragione impotente a conoscere gli altri, come lui mutevoli e contraddittori negli atteggiamenti psichici; ed è condannato alla solitudine e all’incomunicabilità.
Quest’immagine dell’individuo disgregato in una serie infinita d’incarnazioni effimere, è afflitto da una sensazione desolante d’estraneità e di non appartenenza al contesto civile, ha particolare risalto nel protagonista del romanzo “Uno, nessuno e centomila“, ma è sottesa a quasi tutta l’opera teatrale di Pirandello. Chiuso in se stesso come una monade e pur sollecitato da pratiche necessità al rapporto sociale, l’uomo pirandelliano è costretto ad indossare una maschera, ossia ad entrare in una forma, che gli altri, giudicandolo in base ad una sola delle sue molteplici possibilità comportamentali, gli assegnano o che egli stesso, in forza di circostanze particolari, s’impone, per sopravvivere. Ma la forma è un involucro meccanico sotto cui urge e s’ingorga il flusso della vita; e così che avviene che l’uomo mascherato soffra la situazione tragica del clown costretto a ripetere anche fuori del palcoscenico la sua parte. A volte, poi, la vita travolge in lui le forme fittizie e viene allo scoperto perentoria e trionfale: e allora è l’assassinio, o il suicidio, o la pazzia liberatrice. Come si vede, la visione pirandelliana dell’esistenza si connota per una sorta di pessimismo oltranzista.

Strettamente correlata alla visione generale della vita è, in Pirandello, la concezione dell’arte. Per Pirandello l’arte, posta di fronte al reale, non deve essere uno specchio passivo (come nell’estetica verista), ma uno sguardo penetrante: non deve solo descrivere ma anche interpretare. Soprattutto deve smascherare, perché la vita sociale e individuale si svolge all’insegna dell’infingimento e della mistificazione. L’artista è dunque per Pirandello, un chiaroveggente: è colui che vede la maschera nuda dell’uomo e meglio d’ogni altro distingue fra l’autentico e il non autentico. A codesta chiaroveggenza che non ha alcun’ambizione d’alternativa salvifica (l’arte pirandelliana non apre prospettive alla speranza in un migliore destino della società e del singolo), si giunge, secondo Pirandello, attraverso l’umorismo, da lui concepito come una vera e propria categoria estetica. Egli volle essere sempre un artista. Un artista impegnato, portatore di un suo messaggio tra gli uomini, in opposizione ai miti convenzionali e ipocriti di una società borghese in decadimento. Nessuno più di lui, nel cinquantennio decadente italiano ed europeo, ebbe chiara la coscienza della crisi storica e morale della società industriale e alienata della macchina; nessuno più di lui seppe conservare, nell’isolamento, una genuina forza istintiva di scrittore polemico e senza compromessi morali.
Il saggio su l’Umorismo è il documento più puro della sua concezione della vita e del mondo, una specie d’autobiografia psicologica ed estetica. Esso era un’opera di chiarificazione interiore e morale in cui Pirandello tentava di definire i limiti della sua poetica distinguendo il comico (l’avvertimento del contrario) dall’umoristico (sentimento del contrario). Il comico nasce dal vedere oggettivamente una situazione goffa, anormale, opposta a quella che dovrebbe essere la realtà; l’umorismo nasce invece dalla riflessione che si fa su quella situazione anormale e goffa. In ultima analisi possiamo affermare che l’originalità di Pirandello sta tutta qui: non narrare la realtà, la quale così com’è, altro non può essere che ipocrisia o maschera della vita, ma scrutare oltre la maschera, scoprire la vera miseria morale e la tragica alienazione dell’uomo nelle sue stesse ragioni esistenziali. Non è soltanto lo sdoppiamento della personalità, il contrasto tra maschera e persona, ma anche l’essere in centomila modi diversi, il vero dramma dell’uomo.
Pirandello si volse alla narrativa scrivendo romanzi e novelle. Egli postulò un tipo di narrazione diversa da quella dei veristi per una più ardita dialettica d’idee, per un più sottile impegno di ricognizione psicologica e per la novità dell’ottica umoristica, ossia del sentimento del contrario, precluso alla poetica del Verismo. Tra i romanzi composti da Pirandello ricordiamo: “Il fu Mattia Pascal“, “Quaderni di Serafino Gubbio operatore“, “Uno, nessuno e centomila“.


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